lunedì 8 febbraio 2010

Signore e Signori


Lei sorrise e mutò il suo guardo in una maschera d’ingenua bontà, di amore richiesto. Fu la scoperta di modi di fanciullo in corpo d’adulto.
Una sorta di solida pittura celata da tempere troppo acquose: essenza perenne velata da iridi apparenti.
Solitamente alle persone buone il cuore si torce di felicità come una arancia sullo spremiagrumi.
Ma lui non vibrò come il salice che era una volta. Non fu estasiato dalla musica portata dal vento e non si sentì parte della stessa sinfonia.
Eppure l'amava.
Si vide lontano, seduto in platea ad assistere a maschere che sorridono e piangono con un trasporto emotivo peggiore di quello d’un critico.
Né soggettivo, né oggettivo. Indifferente.
La rivelazione non gli diede gioia, e non gli fece paura nemmeno il Bene. Lo turbò giusto l’attimo di ricordo, lo sfondo sbiadito che era diventato, ma fu solo per quell’istante necessario ad annunciare il secondo atto e ad aprire il sipario.

sabato 9 gennaio 2010

La celata del cavaliere


-Buongiorno!-

-Buongiorno dimmi ragazzo!-

-Bhe…veramente avrei quasi quarantanni, la ringrazio del ragazzo!-

-Oh, oh,oh…scusa ragazzo! Dimmi comunque!-

-Ecco…sarei seriamente interessato a seguire i suoi corsi di Thai Boxe-

-Bene,bene…come mai?-

-Bhe…vorrei ampliare le mie esperienze!-

-Vedi ragazzo, la Thai Boxe è l’arte suprema, qui abbiamo la mano pesante, te lo dico non per spaventarti, ma perché tu non abbia una brutta esperienza!-

-Non c’è problema, ho una certa esperienza marziale!-

-Ah sì? In cosa sentiamo?-

-Bhe sono maestro di karate-

-Oh oh oh…capisco, capisco…bhe vedi qua è completamente diverso. I colpi che si scambiano nella Thai sono i più duri del mondo, qui si impara a uccidere, capisci?-

-Sì capisco, è vero noi facciamo solo finta-

-Eh, eh , eh…vedo che stiamo entrando in sintonia…-

-Bhe, dipende da quale stazione prendiamo!-

-Come?-

-Niente, niente…devono essere stati i colpi più duri del mondo…-

-Va bene…iniziamo subito allora! Adesso ti chiamo uno dei miei allievi migliori: “BIKAPPAAAA!!!!”-

- Ehm…”bikappa”? Scusi maestro, ma che nome è?-

-Non lo sai? Qui tutti hanno un soprannome da combattimento!-

-Ah capisco, come i piloti di Top Gun? Maverick, Goose, Iceman? Questa roba qui?-

-Certamente! Hai capito al volo!-

- Grazie, saranno sempre i colpi più duri del mondo che ho evitato! Comunque che soprannome è?-

- Bikappa, sono le iniziali! Sta per Burger King!-

-Il nome promette bene…il ragazzo è obeso o è già stato piastrato?-

-Sei simpatico ragazzo, ma mi raccomando proteggiti! Eccolo…dai incrociate i guantoni!-

-Ma devo metterli proprio i guantoni? Mi trovo meglio senza!-

-Ah, ah , ah…ok, dai ragazzi mettiamo a nostro agio il maestrino di karkadè-

Risatine come background

-Bene, o sommo maestro, la ringrazio di questa concessione. Ehi ma questi caschi con visiera resisteranno? Non mi sembrano molto robusti! –

- Non scherzare! Queste visiere sopportano i colpi più potenti del mondo!!! Le ho testate io stesso!-

-Ah non lo metto in dubbio!-

-Parli tu che non avrai mai colpito niente se non le tavolette di cioccolata!-

-Ha ragione, o sommo! Al massimo sono arrivato a tavole, tegole, mattoni e perfino pietre…sono sicuro che una visiera di polivinile irrobustita dal polivinipirrolidone e forgiata col sudore dei suoi allievi è più che sufficiente-

-Bene…pronti! FIGHT! Ecco…bravo…dai, bene così…ops…sì…no…ehmm…ok basta…-

KRAAAAAKKKK….

-AHIA!-

Silenzio come background

-Basta così, basta così!-

-Perché non continuiamo?-

-Ehmmmm….ok Bikappa, dammi il casco e passa in infermeria un attimo…ehmmm-

Mormorio nel gruppo.

-Ehi, o sommo, ma Bikappa perde sangue dal naso e ha un occhio nero! La visiera s’è rotta!!!!-

-Sì saranno forniture scadenti!-

-Ma il re delle svizzere non mi sembra molto in sé…forse è il caso di dargli un’aspirina?-

-No, poi ci penso io…va bene ragazzo la prima lezione è finita….purtroppo non so quando potrai farne un’altra, sai col casco rotto…comunque la lezione non te la faccio pagare!-

-Grazie, però mi promette che la prossima volta sarà il mio ego a ingioiarsi del vile oro?-

-Come?-

-Nulla, nulla…pensi al casco o sommo, io vado! Non vedo l’ora di poter uscire di qua essere aggredito e sperimentare una delle terribili tecniche mortali che ho imparato oggi!!!-

-Va bene, ci vediamo prossimamente!-

- Certo! Su questi video, anzi visiere! Oss maestro!-

-Eh?-

-Niente ossapevo, è solo il ronzio nelle orecchie per i colpi più potenti del mondo! Saluti!-


PS: che i Thaiboxer non me ne vogliano a male. I più sono preparatissimi e bravissimi. Questa è solo una celia su certi "personaggi" che sono ovunque a prescindere! Poi già ne raccontano tante su di noi!


martedì 5 gennaio 2010

Un istante nel blu




Basta la carezza d'un minuto
alle volte
per alleviare il male dell'eternità.



martedì 15 dicembre 2009

Dialoghi silenziosi





A volte si macchiano di sogni
quegli umidi sguardi malati.
Fianchi vibranti d'occhi amo-erosi
ombre di desiderio di cui non s'è degni.



martedì 17 novembre 2009

La sinfonia delle sartie


E' incredibile come da un grigio porto
salga fiabescamente la sinfonia delle sartie.
Sbattono tintinnando nella fredda tramontana,
pennoni bianchi disegnati sul blu profondo
come tante bacchette a dirigere l'orchestra.

Il travertino sulla passeggiata è sfumato,
più di quel pallido marchio alto nel cielo.
Pioggia, vento, sole. Lacrime, sudore, risate.
Ne deve aver viste di giorni e di vite quella pietra.
Scarpe consumate, albe e tramonti.

Alla melodia si somma la risata d'un bambino.
Lontano, come l'ultima fila dove suonan piatti e timpani.
Rimbomba come il richiamo della madre.
Quando scintillano i loro occhi, più del sole certamente
mi chiedo se l'amore è investimento.

Il freddo si fa più intenso anche nel cappotto.
La musica è finita.
Rimane fra la lingua e il palato, il gusto di quello che è stato.
Delle note passate e degli investimenti mancati.

lunedì 2 novembre 2009

Il Mastro di Carta



D'una scatola a forma di rosa
è orgoglioso il mastro di carta.
Dalla vetrina una fanciulla la guarda
ed arrossisce col cuore di sposa.

Ogni petalo rosso è perfetto,
profuma d'erba dopo la pioggia.

Una scatola a forma di burattino
è il capolavoro del mastro di carta.
Nel vederla il bambino s'incanta
ride felice nel sogno infinito.

Le mani e le gambe si muovono
e cambia il sorriso quando la tocchi.

Mille altre scatole son sugli scaffali.
Gentile le mostra agli avventori
Colorate, viventi, non hanno eguali
ognuna con un futuro da dipingere.

Ma una scatola non lo rende felice.
E' quella perduta fra gli scaffali,
senz'arte e senza ragione.
Quadrata, ammaccata e grigia.
Foglie secche al suo interno.

Ricordi che non vuol vedere,
passioni di cui non vuol raccontare.

mercoledì 21 ottobre 2009

Il baule del sarto


Non ricordava una giornata di sole da almeno un mese, e quello non poteva che essere il trentaduesimo giorno in cui la nebbia fitta ed umidiccia rendeva gli abiti rigidi e maleodoranti.
Sembrava quasi che tutto il male del mondo fosse stato asperso sulla terra nera e dura, e che ogni mattina si ripetesse il miracolo della resurrezione. Raggiungeva pochi metri di altezza e ricadeva verso il suolo, come se il sole, lassù, non volesse essere contaminato. La ricacciava indietro permettendogli di leccare i visi degli uomini, lordandoli delle loro stesse nefandezze.
Un'alba non diversa da tante altre.
Il freddo era talmente intenso che le maniche della giacca scrocchiavano ad ogni piccolo movimento.
Qualche boato in lontananza non lo preoccupò più del rumore della assi che cigolavano. Aveva messo della paglia e una coperta per isolarsi dal freddo del pavimento della soffitta.
Muovendosi per riattivare la circolazione, il suo sguardo fu catturato dal baule semiaperto infilato nella parte più bassa del tetto.
Qualcuno lo aveva già svaligiato di ciò che poteva servire: un tabernacolo violato. La foggia delle maniglie d'ottone gli ricordarono il baule che sua moglie aveva in camera da letto. Le era stato regalato dalla nonna e mantenuto come la cosa più preziosa del mondo. I cardini erano sempre lucidi, e la tela a scacchi che lo ricopriva era pulita e vivace. Sua moglie vi aveva conservato i corredi, le coperte di lana e le lenzuola, il benessere del talamo. Fino all'ultimo.
Ricordava ancora il profumo di lavanda che si sprigionava quando, dopo le due mandate, si apriva la ribalta. Era il profumo di casa, di alcova, di tenerezza. Qualcosa di tristemente dimenticato.Svanito e consumato, proprio come la terra e gli uomini: privati, torturati dentro e poi lanciati nella roulette dei sopravvissuti.
Un grido proveniente ai margini del cortile sottostante lo riportò a quella realtà che da un pò era solito chiamare "l'oblio delle cose buone".
Una sagoma grigia s'era avvicinata allo steccato per urinare, mentre poco lontano stava arrivando un veicolo. Una decina di secondi più tardi, scesero in cinque ed iniziarono a tirare fuori dagli zaini pane e scatolette. Le voci si fecero più forti e gli uomini meno tesi. Nonostante il clima era pur sempre un luogo riparato dove sostare e farsi quattro risate.
Quel cortile gli ricordava la casa in campagna. L'aveva costruita suo padre, e sul prato aveva piantato aranci e due grossi olmi. Nei fine settimana, libero dagli impegni in sartoria, prendeva l'autobus e si andava a rilassare. Ricordandosi quei bei momenti ebbe quasi l'impressione di annusare ancora l'odore della brace delle grigliate all'aperto e gustare il sapore delle arance rosse.
Le grida felici dei nipotini che correvano sull'erba erano annebbiate dalle risate sguaiate degli individui appena arrivati. Uno di essi si era messo a cavalcioni dello steccato imitando un improbabile cowboy.
Li guardò attentamente, uno ad uno.
Quello con la faccia che sembrava scappata da una scultura di Notre Dame, l'altro che non doveva avere più di diciassette anni, un altro con pezzi di giornale e di paglia dentro il giaccone per ripararsi dal freddo. Tutti dagli sguardi pallidi come la nebbia, gli occhi assenti. L'unico segnale che essi erano ancora in questo mondo erano le gote rosse per il gelo e la condensa attorno alle loro bocche sghignazzanti.
Un altro ancora, isolato dagli altri, stava scrivendo qualcosa su un taccuino. Anche da lì poteva vedergli al dito l'ombra di una fede. Le dita sottili, da pianista, tremavano dal freddo.
Duecento, duecentocinquanta metri, pensò. Quella era la distanza che lo divideva dai suoi simili, anime perse nel vento.
Tirò fuori la catenina che aveva al collo. C'erano due fedi e la croce che portava Carla, sua moglie. Per un momento il suo viso cambiò effettivamente colore e gli occhi tornarono a luccicare, proprio come quelli di un uomo, e non di un fantasma. Ma fu l'epifania d'un momento, giusto il tempo di seppellire il ricordo ed il suo spirito di nuovo nel profondo della giacca.
Prese un respiro e si rilassò. La mano spostò di due scatti la rotellina e la guancia si rilassò sul calcio. L'ufficiale che era al centro del mirino telescopico si accasciò sul suo taccuino.
Il primo sparò sconvolse il gruppo in maniera inaspettata e prima che gli altri si apprestassero a fare qualcosa l'uomo sullo steccato era a terra con le mani sul collo, una fontana dagli alti spruzzi rossi.
L'otturatore si mosse ancora, e con calma assoluta il sarto prese la mira e ne abbattè un altro. Un sergente corse al veicolo per azionare l'MG, ma non fece più di tre passi.
Gli altri aprirono il fuoco. A caso. Senza vedere da dove provenivano gli spari, si limitavano a gridare di terrore e a colpire qualsiasi cosa che li circondasse.
Lassù, in quella soffitta vicino al cielo, il tintinnio di un bossolo sul pavimento annunciava che la falce della morte era pronta a cadere nuovamente.
Un soldato lanciò una granata nel fienile, e sotto una raffica di copertura uno dei due sopravvissuti attraversò il cortile per entrare nel fabbricato. Un colpo lo prese alla gamba, immobilizzandolo fra grida di dolore.
Il ferito stava dicendo qualcosa al commilitone. Era una lingua sconosciuta, ma in essa c'era il tono di commiato di qualcuno che sta per andarsene ma che vuole vivere ancora, come tutti gli altri compagni d'armi, come i nemici, come Carla, come i nipoti, come lui stesso.
Mise a fuoco ancora l'ottica.
Un elmetto spuntò piano piano dalla profondità di un canale di scolo per volare immediatamente ad almeno due metri di distanza.
L'espulsore sputò fuori l'ultimo bossolo con il suo caratteristico clac-clac.
Silenzio.
Non si sentivano veicoli, mezzi corazzati o altri soldati in arrivo. L'uomo sdraiato nel fango del cortile era anche lui un corpo senza vita, contorto forse in un ultimo tentativo di tenere il fantasma ancorato alla terra. Lo continuava a guardare attraverso l'ottica del fucile, una sorta di camera deformata da cui vedere il mondo: distante e vicino allo stesso tempo.
Lontano, ai boati dell'artiglieria si sostituì il suono d'una campana.
Il sarto s'asciugò quella piccola lacrima che scorreva lenta sulla guancia e chiuse il tappo dell'ottica, un cavaliere nero che riponeva la spada nel fodero dopo lo scontro.
Si guardò il dito bagnato.
Quel giorno preferì pensare che era stato il residuo della polvere da sparo a farlo piangere, e non la sua anima che s'avvicinava all'oscurità ogni giorno di più.

sabato 10 ottobre 2009

Luna, viandanti e maestri di spada


(Tsukioka Yoshitoshi - 1832-1892)
Il cortigiano Fujiwara no Yasumasa suona il flauto al chiaro di luna


Danza sinuoso sul palco d'una luna rossa
il muso d'una nuvola sorridente.
Com'un dragone verde salta e si torce
attorno alla cantilena d'un piffero laccato.

I capelli nel vento della notte
pizzicano gli steli d'erba alta.
Le maniche scroscian come vessilli.

"perchè suoni, viandante cieco?"

Mutano le note
in un rivolo d'esistenza.

Dello stesso color del flauto
è il fodero che s'allontana.
Sul disco rosso rapida scende
l'arte del maestro di spada.

Mutano le note.
Basta una linea netta
per un nuovo spartito.

La spada che taglia via il male
è la spada che dona la vita.



lunedì 14 settembre 2009

L'armata brancaleone di Ferragosto

Ecco una celia letteraria, gentilmente pubblicata nel blog Carta Scritta di Rossana Massa, nella rassegna di racconti per l'estate.



Quando il quadrante dell'orologio inizia a brillare incessantemente e le orecchie sono piene di suoni intergalattici ti accorgi di tre cose.
La prima che sono le sei del mattino.
La seconda che, essendo proprio le sei del mattino, sei in ferie e dovresti dormire almeno fino all'ora di riunione delle belle ragazze in spiaggia. Peraltro l'occhiata che dai rapida verso il basso ti conferma che l'abbronzatura che avevi si sta lentamente, ma inesorabilmente, avvicinando a quel colorito cadaverico che è nascosto dall'elastico delle mutande.
La terza cosa che attrae la tua attenzione è il modo con cui ti guardano quei miserabili scarponi da montagna, i quali ti riportano alla realtà dell'alba e al fatto che non sei al mare e non ci sono nemmeno ragazze in programma, ma una famigerata scampagnata.
Che sia famigerata è un dato di fatto.
Già i piedi dolgono sul basolato viario del paesino mentre ti appresti al rendes vouz, quando ti accorgi che nel silenzio mattuttino si sentono schiamazzi indecenti e risate asinine. Davanti al baretto degli alpini, i tuoi compagni di quell'avventura, che sarebbe bene definire "trekking alla pane e salame", fanno colazione con pane e salsiccia e mezzo bicchiere di bianco, anche se, a dire il vero, pare che si più di mezzo bicchiere visto che i due terzi sono già ubriachi ancora prima di partire.
Dall'altra parte della strada altri sciagurati mattinieri, sicuramente foresti. Scarponcini firmati, racchette, abbigliamento tecnico, borracce. Fanno colazione con merendine e altre cibarie ad alto contenuto energetico. Da loro circolano le tavolette di cioccolata, da noi i fior di latte.
Non sono dei nostri e si vede. Loro sono perfetti tanto da sembrare giovani marmotte. Tutti col cappellino e i calzoncini corti.
Dei nostri non c'è nessuno vestito uguale, è una gara a chi è vestito peggio. C'è il militarista con i pantaloni mimetici, il foresto trapiantato coi jeans, le nike e il cappello di paglia, i locali vestiti da contadini con gli scarponi bucati e altri tizi vestiti in maniera indefinita. Uno ha una camicia da giorno di festa, un paio di calzoni neri da portiere di calcio e dei calzettoni colorati. Lo zaino è quello regalato con i punti del benzinaio dove dentro si possono mettere in perfetto ordine piatti e forchette.
Mentre gli altri osservano silenziosamente la mappa, dalla nostra parte si sparano cazzate a più non posso (solitamente iniziano i racconti della naja) e si discute animatamente sul "pranzo al sacco".
E' necessario sapere che mentre per i trekker professionisti il pasto rappresenta una fase intermedia o comunque secondaria rispetto all'obiettivo primario, ovvero quello di arrivare in cima nel minore tempo possibile, per i gitanti paesani mangiare è un esigenza primaria ed il vero fine di tutta l'ascesa, peraltro dura e lunga.
I nostri alter-ego, nei bellissimi zainetti colorati, avranno sicuramente scatolette, biscotti e magari anche cibo liofilizzato, con una bella borraccia d'acqua o di sali minerali.
Noi invece negli zaini pescati in fondo alla soffita e che in molti casi risalgono al bis-nonno ai tempi dell'unità d'Italia, portiamo appresso un agnello intero fatto già a pezzi, salato e pepato, salsicce in quantità indecente, e una decina di pagnotte del diametro di uno scudo da oplita greco. Il peso è distribuito uniformemente fra i vari membri della spedizione, eccetto uno. L'uomo più importante del gruppo e sul quale ricade la responsabilità dell'intera giornata: il fuochista. Ovvero colui che si porta la griglia e gli attrezzi per accendere la brace e cucinare. Fortunato...
E' inutile dire di cosa siano riempite borracce e bottiglie.
Fra improperi dialettali, parolacce, risate e goliardate varie (compresi gli sberleffi ai trekker foresti), si parte.
Scendendo dal paese verso valle, si attraversa una pianura acquitrinosa, per poi seguire il sentierino che si inerpica sul fianco della montagna. Devi iniziare a salire che già smadonni per il fango nelle scarpe.
Lungo il tragitto le lingue non tacciono, ma continuano il loro lavoro incessante. Solo un membro del gruppo non parla.
E' apripista (definirlo guida mi pare troppo): il personaggio più emblematico.
E' il maggiore conoscitore dei luoghi e attraversa sterpaglie e bosco con dei punti di riferimento che ha reso propri nel corso dei lunghi anni. Conduce gli altri con sufficienza, uno sguardo che pare dire: "prima arriviamo, prima torniamo". Anche il suo abbigliamento consolida la sua posizione di riferimento. Una tuta in poliestere rossa, con sotto una t-shirt sponsorizzata da una sconosciuta impresa edile locale ed il berretto da baseball girato al contrario. Ai piedi delle superga di tela degli anni settanta con i calzini da tennis: le vipere quando lo vedono arrivare fanno festa.
Ex guardia comunale, e quindi uso ad un dialogo scarsissimo, è uomo taciturno che però tenta di darsi una parvenza da socializzatore. Ad ogni sosta si avvicina ad un compagno diverso, facendogli sempre la stessa domanda: "allora come si vive nella tua città?". Non ride, non sbraita, la fatica non segna mai il suo volto, imperterrito, torvo, impassibile. Clint Eastwood a confronto è un mimo.
Decide quando fermarsi senza dir nulla. Ci si ferma rispettosamente quando lo fa lui, si beve quando beve lui.
Nel marasma dei racconti, emerge l'oppressivo fumo di un toscano antico e il rumore fastidioso di un moschettone che tintinna sulla borraccia d'alluminio.
Quando si arriva su, la testa già scoppia e i fiumi di vino locale tendente all'aceto sono quasi inutili, sei già andato di tuo. Le pance scoppiano indecentemente e ci si rotola sulla coperta rigorosamente di lana a scacchi come bambini di dodici anni.
A quanto se ne può vedere, ne è valsa la pena.
Violare l'estate, il caldo, la pigrizia della vacanza e farsi due passi in compagnia.
Beati (e dormienti) nel dopo pasto, da oltre la cresta sbucano i trekker professionisti incontrati la mattina presto. Sono saliti per un'altra via. La guida patentata con tanto di scudetti e brevetti da Gran Mogol illustra agli altri le varie cime che noi conosciamo da almeno venti anni, poi si gira e ci vede. Da lontano ci fa un segno con la mano ed un sorriso.
Il nostro apripista, volto scuro anche nella sbronza, lo guarda, s'alza in piedi appoggiandosi al tronco di un pino e alza il bicchiere sopprimendo un rutto.


sabato 29 agosto 2009

Passacaglia



Il lieve sibilo della lastra in policarbonato azzurro che scorreva nella guida non disturbò il sottofondo della passacaglia.
Il vento fresco riempì la stanza aggiungendo corpo e tonalità metallica alle note danzanti nell'oscurità.
Sul letto, un onirico Bernini aveva scolpito la sua opera in estasi. Un turbinio di linee sinuose dove si confondevano i fianchi e le gambe snelle della donna, meravigliose pieghe di lenzuola seree color avorio e lunghi riccioli neri protesi sul cuscino, vivi come la chioma terribile della Medusa. Gli occhi ed il viso erano rilassati, in una posa beata che la faceva assomigliare ad una delicata bambola di ceramica.
La accarezzò con tenerezza, cercando di non turbarne il sonno, la tranquillità.
Del resto era lì per quello.
Come in passato. Con altre anime.
Come in futuro. Con altre anime.
Ognuna di loro era straordinariamente originale, d'una bellezza unica e particolare, che a metterle insieme ne sarebbe venuto fuori un iridescente caleidoscopio, meraviglioso nel suo movimento continuo ed attraente da qualsiasi direzione lo si guardasse.
La mano percorse il suo corpo vibrando come il legno d'un rabdomante in cerca dell'acqua della vita.
Meraviglia del creato.
Sorrise.
L'uomo si alzò dal bordo del letto e raggiunse la finestra aperta. I passi sulla moquette non fecero alcun rumore.
Appoggiò le mani alla lastra e guardò verso il mondo, dall'alto della camera 2010 della Tora Tower. Il vento aveva teso la pelle sul suo corpo nudo.
Gli spazi fra gli edifici amministrativi circostanti erano intasati fino ad incredibili altezze con strutture tubolari metalliche e lastre lucide nere come la pece che si compenetravano con altri edifici amorfi. Scatole in cemento armato e cupole in materiali plastici che riflettevano le luci multicolori delle insegne pubblicitarie si arrampicavano in maniera inesorabile verso la cima delle torri abitative.
Assiepate gocce di cera che colano lungo la candela.
Là dove un vetro o una lastra metallica erano saltati via, consumati dall'incuria, vi erano numerosi interventi maldestri e frettolosi, o enormi squarci attraverso i quali era possibile vedere le strutture arrugginite e corrose dal tempo, palco teatrale dove la gente brulicava intenta alle sue faccende personali.
I moderni formicai si susseguivano senza regola, creando quartieri indefiniti che procedevano all'intasamento completo di ogni area, ad esclusione dei corridoi di trasferimento.
A quell'altezza la terra era invisibile, nascosta da una coltre fumosa che cambiava il suo aspetto ed il suo colore in base ai riflettori e agli schermi segnaletici. Uno smog perenne.
Dallo squarcio creato da una improvvisa corrente ascensionale, intravide i mastodontici basamenti delle costruzioni: irreali boe artificiali nel mare di melma e scorie tossiche che formavano il livello del suolo.
Il mare effimero in perenne movimento che celava la perduta Atlantide, e nel quale la leggiadria di quella donna era un faro dalla luce calda. Un fiore che sorgeva dal fango.

Un movimento alle sue spalle lo destò dal disgusto.
- Dove sei? -
La voce superò il milione di veli morbidi che separano la veglia dal sonno. Sibilò quelle parole come fossero le fusa di una gatta.
- Vieni qui da me -
L'uomo non si girò.
Gli piacque immaginare le mani affusolate che navigavano fra le lenzuola in cerca di calore. Che il fremito del corpo fosse un vago sogno nel freddo della notte.
La conosceva meglio di chiunque altro, ma adesso che la vedeva felice non ne ricordava il nome. Sembrava che la vita si fosse condensata in un istante.
Era diventata come uno di quei quadratini degli schermi lcd, visti singolarmente non avevano significato, erano un'icona accesa o spenta, ma visti nell'insieme creavano un qualcosa di affascinante, un'espressione più grande e sensata.
- Non vieni qui? -
Non era più una certezza, ma una domanda. Perchè lei, con quegli occhi di giada che avrebbero indimidito la vanità d'un pavone, in fondo sapeva che quel momento sarebbe arrivato.
Occhi che erano fissi sulla sua schiena, alone lucido dipinto nella cornice della finestra.
Il suo tempo era finito, proprio come con tutte le altre prima di lei.
Poteva donare, ma mai prendere. Assaporare l'assenzio goccia a goccia, fino a quando il sapore svaniva e non ne rimaneva che il vago ricordo.

- Devo andare - disse con un filo di voce.
Finalmente si girò. Prese la sua tunica nera e vedendola preoccupata le sorrise come se volesse lasciarle la gioia come testamento. Per sempre, come era la sua missione.
Lei parve rassicurarsi, si strinse nelle lenzuola come se improvvisamente le pareti della stanza fossero diventate di ghiaccio.
Fece due passi indietro, avvicinandosi al letto.
- Adesso hai tutta la vita, ricordatelo! -
Disse questo e si lanciò nel vuoto.

Lei lo vide cadere, prima velocemente, poi sembrò rallentare fino a fermarsi a poche decine di metri dal suolo. La nebbia giallognola lo nascose per un attimo e poi lo risputò, meraviglioso più che mai, lucente e rapido salì verso la cima delle torri. Senza guardarsi indietro volò via nella notte, lasciandola senza fiato ma con il cuore stranamente pieno di felicità.
E fu allora che lei rise di cuore, in faccia alle austere torri d'ossidiana, alla città corrotta. Rise così tanto da rendere più veloce quel cuore che volava via e che le era stato così vicino come nessuno mai. La passacaglia si fuse in un allegro.
Lui la sentì, oltre la città, oltre le montagne e il mare, oltre le nubi e capì di aver raggiunto il suo scopo. Di esser stato un buon nocchiero nell'oceano dell'essenza. Di averla protetta e amata.
Proprio come l'angelo che era.

Benedetto per quello che donava, condannato a non vedere degli occhi verdi più del respiro d'una notte.

mercoledì 29 luglio 2009

Il percorso


(foto dal web)


La via delle arti marziali, è un percorso tortuoso, solitario ed insidioso.

Il sentiero è tortuoso perchè si snoda sui fianchi di una montagna che ha la cima avvolta dalle nubi. Molte volte ci si imbatte in incroci, in bivi che scendono improvvisamente o salgono vertiginosamente seguendo linee che sembrano più dirette e veloci. In nessuno dei due casi conviene scegliere, bensì rimanere con i piedi ben saldi su un terreno che appare sicuro, e concedersi il giusto tempo. La via verso valle rappresenta spesso la materializzazione dei desideri reconditi. Un percorso in discesa, tranquillo, riposante verso la pianura ed il mare. L'erta che sale improvvisa, è invece la voglia di arrivare immediatamente alla cima, senza concedersi le giuste pause, tagliando il paesaggio, evitando il bosco e le curve. Anche prendendo quella via per arrivare prima, si rischia spesso di non arrivarci mai, di bruciarsi molto prima, facendosi scoppiare i polmoni e le gambe senza vedere mai la cima.

Il viaggio è solitario. Perchè, anche se all'inizio del sentiero avete incontrato un anziano saggio, che con quel sorriso allegro di chi pare saperla lunga vi indica l'inizio della traccia con una mano ossuta, tutta la salita dovete affrontarla da soli. Anche se il vecchio venisse con voi e vi indicasse ad ogni curva sull'abisso, dove e come guardare, voi probabilmente vi concentrereste sempre sul suo dito e non su quello che veramente egli vorrebbe farvi notare. Ed in effetti nella prima parte del vostro cammino, vi comportate come se lui fosse ancora con voi, ripetendovi nella mente tutti gli avvertimenti e le indicazioni ricevute. Guardate sempre il suo dito.
Poi, piano piano, iniziate a capire che quello che vi è stato illustrato è solo una linea guida, una traccia di fondo e una forma grezza su cui lavorare. Un ammasso di creta cui è stata data una forma regolare, anche se perfetta, ma che necessita di qualcosa che va al di là della semplice perfezione formale: necessita del sublime. Ed il sublime potete darlo unicamente voi, proprio come se aveste la mano di un insigne artista, il tocco di pennello che fa di un quadro un capolavoro. Allora cercate il vostro passo, vi sistemate lo zaino come vi sembra meglio e non come dicono gli altri, vi soffermate un momento di più a guardare e a respirare. Ogni passo sarà respiro, consapevolezza, bellezza. Cogliendo qualsiasi particolare lungo la via, non la renderete un semplice luogo di passaggio verso la vetta, ma un obiettivo tangibile e attuale.

Lo scopo è insidioso.
Perchè camminando, subirete sempre la pressione della cima, del traguardo. La cima non la vedrete mai, perchè è circondata dalle nuvole. Ma voi sapete che c'è, e la vostra mente si costruisce una immagine diretta non di com'è in realtà ma di come dovrebbe essere, visto che, in verità, non la vedete affatto. Continuando a guardare in alto ad ogni passo, finirete per inciampare, o finire in un burrone. Il vostro cuore continuerà a battere sempre più forte per il desiderio di arrivare in cima ed il vostro corpo si brucerà presto nella volontà di terminare l'itinerario quanto prima. Finchè, senza ossigeno e senza energia, la mente si stuferà di inseguire una chimera e preferirà dilettarsi in altri interessi decisamente meno complessi.
In verità non esiste alcuna cima e le nubi sono proprio lì per mascherare quello che non c'è. Dietro il bianco delle nuvole, c'è un'altra montagna, ed ancora un'altra. Di quelle unite, che si compenetrano formando un massiccio nel quale nessuna spicca più della vicina.
Il punto di partenza è il dito dell'anziano saggio, l'obiettivo è il sentiero che state seguendo, il punto di arrivo siete solo e soltanto voi.


domenica 19 luglio 2009

La foglia di salice




Ancora una volta amò.

E mille gocce dorate
scesero dal bianco salice
che a picco sulla ripa
con le rapide dialogava.

Si aprirono sulla terra.

Com'un ventaglio colorato
Cento risate e cento sfumature.
Agitate nel vento canterino
durarono il soffio d'un respiro,
perdendosi in dieci rivoli fangosi.

Di quel giorno
non rimase che una foglia.
Argentea e debole.
Caduta dal salice e
trasportata via verso il mare.


giovedì 16 luglio 2009

Lo spirito saldo




Eretto ed immutabile.
Senza tempo nè età.

Una roccia levigata dall'acqua.
Intorno scorre la magia del mutamento
dentro è tutto immobile e saldo.
Il tempo non ha più metro.
Nè interesse o amore.
Non ha sentimento, non ha richiamo.
L'acqua scorre e cade.
Lo scroscio e il ticchettio sono persi.
Mai esistiti.

Senza tempo nè età.

Un sorriso brilla di rimando,
come ad un pensiero piacevole.
Forse è la via per la felicità.
Forse nella staticità d'animo
esiste un dinamismo profondo.


sabato 11 luglio 2009

L'aquila triste



Chi di voi scorse mai un'aquila triste?
volteggia leggera fra il cielo
di nuvole scure ed in esse è il suo nido.

Mai vede il sole che brilla lassù,
potente oltre lo sguardo.

Mai vede il sentiero che si snoda
sinuoso fra la valle fiorita.

Ma alle volte basta un refolo di vento
finchè il velo si dipani
ed il mondo azzurro diventi.

Il bagliore della luce sull'acqua
e le lunghe ombre degli alberi.