
Non ricordava una giornata di sole da almeno un mese, e quello non poteva che essere il trentaduesimo giorno in cui la nebbia fitta ed umidiccia rendeva gli abiti rigidi e maleodoranti.
Sembrava quasi che tutto il male del mondo fosse stato asperso sulla terra nera e dura, e che ogni mattina si ripetesse il miracolo della resurrezione. Raggiungeva pochi metri di altezza e ricadeva verso il suolo, come se il sole, lassù, non volesse essere contaminato. La ricacciava indietro permettendogli di leccare i visi degli uomini, lordandoli delle loro stesse nefandezze.
Un'alba non diversa da tante altre.
Il freddo era talmente intenso che le maniche della giacca scrocchiavano ad ogni piccolo movimento.
Qualche boato in lontananza non lo preoccupò più del rumore della assi che cigolavano. Aveva messo della paglia e una coperta per isolarsi dal freddo del pavimento della soffitta.
Muovendosi per riattivare la circolazione, il suo sguardo fu catturato dal baule semiaperto infilato nella parte più bassa del tetto.
Qualcuno lo aveva già svaligiato di ciò che poteva servire: un tabernacolo violato. La foggia delle maniglie d'ottone gli ricordarono il baule che sua moglie aveva in camera da letto. Le era stato regalato dalla nonna e mantenuto come la cosa più preziosa del mondo. I cardini erano sempre lucidi, e la tela a scacchi che lo ricopriva era pulita e vivace. Sua moglie vi aveva conservato i corredi, le coperte di lana e le lenzuola, il benessere del talamo. Fino all'ultimo.
Ricordava ancora il profumo di lavanda che si sprigionava quando, dopo le due mandate, si apriva la ribalta. Era il profumo di casa, di alcova, di tenerezza. Qualcosa di tristemente dimenticato.Svanito e consumato, proprio come la terra e gli uomini: privati, torturati dentro e poi lanciati nella roulette dei sopravvissuti.
Un grido proveniente ai margini del cortile sottostante lo riportò a quella realtà che da un pò era solito chiamare "l'oblio delle cose buone".
Una sagoma grigia s'era avvicinata allo steccato per urinare, mentre poco lontano stava arrivando un veicolo. Una decina di secondi più tardi, scesero in cinque ed iniziarono a tirare fuori dagli zaini pane e scatolette. Le voci si fecero più forti e gli uomini meno tesi. Nonostante il clima era pur sempre un luogo riparato dove sostare e farsi quattro risate.
Quel cortile gli ricordava la casa in campagna. L'aveva costruita suo padre, e sul prato aveva piantato aranci e due grossi olmi. Nei fine settimana, libero dagli impegni in sartoria, prendeva l'autobus e si andava a rilassare. Ricordandosi quei bei momenti ebbe quasi l'impressione di annusare ancora l'odore della brace delle grigliate all'aperto e gustare il sapore delle arance rosse.
Le grida felici dei nipotini che correvano sull'erba erano annebbiate dalle risate sguaiate degli individui appena arrivati. Uno di essi si era messo a cavalcioni dello steccato imitando un improbabile cowboy.
Li guardò attentamente, uno ad uno.
Quello con la faccia che sembrava scappata da una scultura di Notre Dame, l'altro che non doveva avere più di diciassette anni, un altro con pezzi di giornale e di paglia dentro il giaccone per ripararsi dal freddo. Tutti dagli sguardi pallidi come la nebbia, gli occhi assenti. L'unico segnale che essi erano ancora in questo mondo erano le gote rosse per il gelo e la condensa attorno alle loro bocche sghignazzanti.
Un altro ancora, isolato dagli altri, stava scrivendo qualcosa su un taccuino. Anche da lì poteva vedergli al dito l'ombra di una fede. Le dita sottili, da pianista, tremavano dal freddo.
Duecento, duecentocinquanta metri, pensò. Quella era la distanza che lo divideva dai suoi simili, anime perse nel vento.
Tirò fuori la catenina che aveva al collo. C'erano due fedi e la croce che portava Carla, sua moglie. Per un momento il suo viso cambiò effettivamente colore e gli occhi tornarono a luccicare, proprio come quelli di un uomo, e non di un fantasma. Ma fu l'epifania d'un momento, giusto il tempo di seppellire il ricordo ed il suo spirito di nuovo nel profondo della giacca.
Prese un respiro e si rilassò. La mano spostò di due scatti la rotellina e la guancia si rilassò sul calcio. L'ufficiale che era al centro del mirino telescopico si accasciò sul suo taccuino.
Il primo sparò sconvolse il gruppo in maniera inaspettata e prima che gli altri si apprestassero a fare qualcosa l'uomo sullo steccato era a terra con le mani sul collo, una fontana dagli alti spruzzi rossi.
L'otturatore si mosse ancora, e con calma assoluta il sarto prese la mira e ne abbattè un altro. Un sergente corse al veicolo per azionare l'MG, ma non fece più di tre passi.
Gli altri aprirono il fuoco. A caso. Senza vedere da dove provenivano gli spari, si limitavano a gridare di terrore e a colpire qualsiasi cosa che li circondasse.
Lassù, in quella soffitta vicino al cielo, il tintinnio di un bossolo sul pavimento annunciava che la falce della morte era pronta a cadere nuovamente.
Un soldato lanciò una granata nel fienile, e sotto una raffica di copertura uno dei due sopravvissuti attraversò il cortile per entrare nel fabbricato. Un colpo lo prese alla gamba, immobilizzandolo fra grida di dolore.
Il ferito stava dicendo qualcosa al commilitone. Era una lingua sconosciuta, ma in essa c'era il tono di commiato di qualcuno che sta per andarsene ma che vuole vivere ancora, come tutti gli altri compagni d'armi, come i nemici, come Carla, come i nipoti, come lui stesso.
Mise a fuoco ancora l'ottica.
Un elmetto spuntò piano piano dalla profondità di un canale di scolo per volare immediatamente ad almeno due metri di distanza.
L'espulsore sputò fuori l'ultimo bossolo con il suo caratteristico clac-clac.
Silenzio.
Non si sentivano veicoli, mezzi corazzati o altri soldati in arrivo. L'uomo sdraiato nel fango del cortile era anche lui un corpo senza vita, contorto forse in un ultimo tentativo di tenere il fantasma ancorato alla terra. Lo continuava a guardare attraverso l'ottica del fucile, una sorta di camera deformata da cui vedere il mondo: distante e vicino allo stesso tempo.
Lontano, ai boati dell'artiglieria si sostituì il suono d'una campana.
Il sarto s'asciugò quella piccola lacrima che scorreva lenta sulla guancia e chiuse il tappo dell'ottica, un cavaliere nero che riponeva la spada nel fodero dopo lo scontro.
Si guardò il dito bagnato.
Quel giorno preferì pensare che era stato il residuo della polvere da sparo a farlo piangere, e non la sua anima che s'avvicinava all'oscurità ogni giorno di più.